2011Nasco nel dopoguerra nella campagna a pochi chilometri da Ravenna, in una terra sofferta e povera, devastata da conflitti sociali che l’hanno arsa fin dall’inizio del 1900.

Le rivolte dei braccianti, la nascita del socialismo e del fascismo, la seconda guerra mondiale, la resistenza e il primo dopoguerra assunsero nella mia terra il colore violento dell’odio fratricida.

Nasco in questo periodo di conflitti mai placati, di rancore appena assopito e latente, con gli odi famigliari ancora leggibili sugli sguardi dei sopravvissuti.

La mia famiglia, povera, fortunosamente solo sfiorata da queste tragedie sociali, decide di lasciare appena possibile i luoghi della mia prima infanzia e muovere verso la città, assecondando il fenomeno dell’inurbamento che richiamava braccia dalle campagne per l’industria in pieno sviluppo.

DSC_1638La mia educazione scolastica fu considerata solo come un mezzo per forgiare un bravo operaio, come del resto fu per molti della mia generazione, e cosi com’era stato per mio padre. Quando terminai la scuola dell’obbligo, ero pronto per l’inserimento nell’industria. A 14 anni, uscito dalla scuola professionale, ero una piccola tutina blu.

Solo il miracolo economico degli anni 60 mi ha consentito di ritardare il mio ingresso in fabbrica, permettendomi di continuare a studiare fino a conseguire la maturità come “Perito Industriale Capo Tecnico”, e quello ho fatto per tutta la mia vita professionale. Alla tutina blu si era aggiunto un collettino bianco, nuovo nuovo pronto per l’officina.

La fabbrica, unico orizzonte, tuta blu o colletto bianco, schiavo o guardiano. Io sono finito lì nel mezzo, né l’uno né l’altro, e un po’ tutti e due.

Io pensieroso e contemplativo, avrei preferito una professionalità letteraria, ma il mio parere non fu mai ascoltato, e forse nemmeno chiesto. Tutto si dava per scontato nella logica familiare di sopravvivenza.  Quindi sono sempre stato uno scarso organizzatore, più creativo che pianificatore, in grado di coinvolgere, più che comandare, discutere, più che sentenziare, tollerare piuttosto che punire.

Sono stato sempre intimamente consapevole della mia inadeguatezza al ruolo, quello assegnatomi dalla cultura famigliare e dalle circostanze.

Ho sempre saputo, nonostante la mia affermazione professionale, che avrei chiuso appena possibile questo fastidioso lungo viaggio, che aveva come unico fine, l’affrancamento dalla  dipendenza materiale.

La mia meta era la libertà intellettuale.

Ora sono pellegrino e viandante, ricco di libertà, ricco di essenzialità di vita, diretto verso la verità, forse in ritardo, come chi ha dovuto pagare alla giustizia il prezzo per una colpa.

Ora sono libero. Libero di raccontare il mio viaggio.

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